Il vento dell’odio
Il vento dell’odio
Giulia Moresco e Cristiano Costantini,
i protagonisti de Il vento dell’odio, appartengono a quella generazione che visse l’infanzia nell’euforia collettiva dei primi anni Sessanta, in un paese che coltivava l’illusione di avere saldato i conti con il passato. Appartengono a quella generazione che a metà degli anni Settanta decise di entrare in guerra, sconvolgendo la propria e le altrui esistenze.
Molti anni dopo, Giulia acquista la casa dove abitava Cristiano – ormai latitante da decenni – e facendo dei lavori di ristrutturazione trova nascosto in un tramezzo uno sconvolgente memoriale che li riguarda entrambi. Riesce a farlo avere a Cristiano, il quale capisce di non avere scampo: deve tornare per affrontare
il passato.
In questo straordinario romanzo a due voci Giulia e Cristiano ripercorrono le loro vite, le loro scelte, il rapporto forte che li ha legati e contrapposti ai rispettivi padri – uomo del PCI quello di Giulia, uomo di destra quello di Cristiano – in una dinamica generazionale complessa e dolorosa. Ed entrano, e noi con loro, in quel cono d’ombra che è tanta parte
del nostro recente “passato prossimo”:
la strategia della tensione, il ruolo dei Servizi deviati, la lotta armata, i tentativi di eversione ai poteri dello Stato, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Così, poco alla volta, comprendono anche le colpe dei padri che, come biblica maledizione, sono ricadute
sui figli. Attraverso la parabola di Giulia e Cristiano, del loro inesorabile procedere nella galassia del terrorismo, del loro “dopo”, Roberto Cotroneo ricostruisce con mirabile precisione lo Zeitgeist di quegli anni e ci consegna un libro che è – nello stesso tempo – forte e crudele, struggente e doloroso.
«Chi si è chiesto, in questi anni, come è potuto accadere, deve cercare la risposta dentro le famiglie italiane: deve sapere che l’odio dei nostri padri era
lo stesso odio che abbiamo ereditato noi...»
Come inizia
Era di martedì, qualche minuto prima delle nove di sera. Martedì 4 luglio. Piazza Mattei, a Roma, era deserta.
I pochi passanti correvano quasi tutti
a casa per la partita dei campionati mondiali: la nazionale italiana contro la Germania. Stavo seduto in un ristorante, all’aperto, senza che i camerieri mi degnassero di uno sguardo. Erano tutti dentro a guardare un televisore sulle immagini del Westfalen Stadium di Dortmund. Davanti a me i tavoli erano vuoti. Mentre aspettavo sentii dei passi
e la voce di un uomo che chiedeva se
si potesse cenare. Il cameriere acconsentiva malvolentieri. La donna parlava a bassa voce e sembrava ridesse. Li fecero sedere a un tavolo
a pochi metri da me. Guardai lui, e fui sicuro di riconoscerlo: era Cristiano Costantini, l’ex terrorista. Lei mi voltava le spalle ma anche se non potevo vederla in faccia ero sicuro che
si trattasse di Giulia Moresco. Non potevo sbagliarmi, avevo visto decine
di loro fotografie nel mio ultimo anno di lavoro. Avevo letto pagine e pagine,
e lettere, e documenti di ogni genere.
In quel silenzio irreale, con la voce
del telecronista che veniva dal televisore del ristorante, avevo di fronte due fantasmi. Perché Giulia e Cristiano, per
i giornali e per tutti quelli che li conoscevano e li cercavano, erano morti il 21 aprile marzo del 2005, in un incidente stradale sulla Roma-L’Aquila. La macchina era bruciata e si era risaliti all’identità di Giulia perché l’auto era stata noleggiata. Riguardo a Cristiano per la polizia non c’era dubbio che fosse lui, anche se i corpi erano irriconoscibili.
Il 15 marzo, quattro giorni dopo l’incidente, ricevetti la telefonata di una donna, che non conoscevo, e che era Stefania, la sorella di Cristiano. Mi disse che voleva incontrarmi prima di ripartire per il Sudafrica e mi diede un appuntamento in un bar di piazza Trilussa. Arrivò con una borsa piena
di carte e me la consegnò, dicendomi
di leggere tutto e soltanto dopo averlo fatto di telefonarle.
Nell’ultimo anno non mi sono occupato d’altro, ho interrotto il romanzo che stavo scrivendo e ho viaggiato per mezzo mondo: cercando di ricostruire
i movimenti, di trovare conferme,
di capire cosa fosse successo
a Cristiano e a Giulia. Ma già dalla fine
di giugno mi ero deciso a lasciar perdere. Non era una storia che si potesse raccontare. E non riuscivo a chiarire troppi aspetti oscuri delle loro vite. Finché il caso ha voluto che me
li trovassi davanti.